Le bolle di Bolle

Arresti domiciliari per pandemia, giorno settanta e qualcosa.

E’ sabato, gli uccellini cinguettano come nei film della Disney, fuori c’è il sole e dentro, dentro c’è stata la didattica a distanza, e Madre e Figli sono scesi da poco dal ring di Classroom. Madre è piuttosto provata, sente le occhiaie protese verso la pancia, anch’essa protesa verso le ginocchia. In mezzo, fra pancia è ginocchia, ci sono altre due cose che protendono verso il basso, gonfie per via della frustrazione repressa da DAD, ma siamo in fascia protetta e non si può precisare di cosa si tratti.

Madre guarda fuori dalla finestra le colline della valle del Foglia digradare dolcemente. Il grano è ancora verde, nel versante che Madre riesce a intravvedere un sentiero di breccia si inerpica fino a una macchia di papaveri rossi. La natura di Maggio giganteggia. Madre sente di meritare del tempo per sé.

Così, lascia i figli in custodia ad Amore, sant’uomo. Si toglie la tuta, avvertendo lungo il filo della schiena un brivido emozionato all’idea di vestire abiti civili dopo tanto tempo, infila una maglietta e dei pantaloni da running, decisa a concedersi una lunga camminata ristoratrice. Peraltro, il gonfiore addominale da etilista in quarantena reclama l’esercizio di attività sportiva. 

Con sgomento, rammenta che non ha le scarpe da ginnastica, è a casa di Amore da poche settimane. Quello che non han potuto i dubbi e i ragionamenti di anni, convivere non convivere, i traumi non traumi ai figli non figli e blablabla, l’ha potuto la Didattica a distanza. Amore ha una casa dotata di linea ADSL, che surclassa hotspot con giga del cellulare di Madre e così, per consentire le videolezioni in contemporanea a Figliomaschio e Figliafemmina, Amore s’è trovato i propri spazi più o meno completamente invasi da Madre, Figliomaschio e Figliafemmina, gatto Bartaloni e criceto Sabrino. Ha finto di essere felice, porello, ma Madre lo sa che nel suo cuore buono in realtà non vede l’ora che si levino un po’ tutti dal cazzo, ecco.

Com’è come non è, a casa di Amore le scarpe da tennis non ci sono. Madre riflette, ma il neurone isolato è molto, molto stanco e quindi riflette di merda. Decide che sì, van bene anche le sneakers da passeggio, mica deve correre la maratona di New York, che problema c’è.

E si avvia, alle orecchie il cellulare con Youtube che ogni tre per due cambia canzone in autonomia, Madre non riesce a finirne una in santa pace ma non importa, è un tripudio di fiori d’acacia, di ciliegi, di mascherine buttate a terra dal popolo umano incivile e cafoncello, di vigneti, odore di stallatico e trallallà. Madre è felice, canta a squarciagola, la gioia è tanta che canta di tutto, persino le perle di Ultimo, Diodato e Achille Lauro. Un contadino sbuca dall’orto, sotto il livello della strada, e la guarda perplesso, sicuramente sta stonando ma Madre lo saluta benevola, fa ciaociao con la manina mentre tenta un falsetto alla Mengoni. Non si accorge, Madre, che sta camminando da parecchio tempo. E così, dopo un’ora nella stessa direzione, decide di invertire la marcia, ed avverte i primi segnali: i mignoli di entrambi i piedi, dentro le sneakers, pulsano. E anche i talloni dolgono, o duolono, dolorano, doloreggiano, insomma fanno un male boione.

Occazzo, pensa Madre nel suo consueto, elegante stile Jackie Kennedy. E mo’? Prova a chiamare Amore al cellulare, per farsi venire a prendere prima di ritrovarsi coi piedi di Roberto Bolle, ma nessuna risposta: Amore è impegnato a non soccombere a quattro figli (due miei e due suoi), il telefono manco lo sente.

Allora Madre ha il colpo di genio: toglie le scarpe, le tiene con la mano destra come se dovesse scendere leggiadra sulla battigia e si fa quattro chilometri, un’ora di strada, coi calzettini di cotone sull’asfalto. Ad ogni sassolino l’invocazione di un dio pagano diverso. La gente che passa, in auto o a piedi, la guarda incuriosita. Prova a rimettere le scarpe ma niente, i piedi sono gonfi e nemmeno ci entrano più. Comunque, imprecando e maledicendo l’idea luminosa di andare a passeggiare e giurando a sé stessa che l’unico mezzo con cui cercherà di combattere la DAD sarà, da lì in avanti, solo e soltanto il Sangiovese, Madre rientra a casa.

Amore la guarda stranito, lei sembra appena tornata da Medjugorje: è polverosa, scalza, con l’aria addolorata e contrita. Amore è premuroso, le offre un Compeed. Madre lo applica. Ma il genio che alberga nella sua testolina avariata non le rammenta che, magari, prima, potrebbe essere opportuna una disinfettata. No, Madre lo appiccica così alla vescica del tallone, a crudo.

E la notte capita l’ovvio. Madre non riesce a prendere sonno perché le bolle hanno triplicato la dimensione, è partita un’infezione di tutto rispetto sotto il Compeed e l’unica cosa da fare, secondo Amore, sarebbe strapparselo in un gesto alla Rambo, ma Madre è un po’ codarda e chiede l’anestesia totale. Tenta la via di un pediluvio alle due di notte con acqua sale e bicarbonato, poi si rigira nel letto con il cuore che le pulsa nel tallone. Togli la coperta, metti la coperta, la mattina Madre è da rottamare.

Figliomaschio e Figliafemmina osservano ammirati la piaga purulenta in cui si è trasformato il tallone di Madre, pensano che sia una cosa spaziale, chiedono se fa male ma quanto fa male tipo in una scala da uno a dieci? L’entusiasmo sale alle stelle quando Amore favorisce a Madre due stampelle per evitarle di appoggiare il piede. Dai mamma posso provare che bello come vorrei rompermi una gamba e usare le stampelle mamma che figo sei contenta?

Uh guarda amore di mamma non ti dico, era dall’inizio della pandemia che sognavo di distruggermi un piede, sprizzo gioia da tutti i pori tranne che dal Compeed, da lì sprizzo un liquido color passito di Pantelleria.

Mentre Figli si litigano le stampelle, Madre, spalmata sul divano a gamba tesa, riflette profondamente: chissà come le gestisce Bolle, le bolle.

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