L’eleganza del rutto

 L’eleganza del rutto

Prima fase, inizio marzo. Ci chiedono di chiuderci in casa, e va bene, ma siamo e restiamo donne, quindi la mattina ci si lava come sempre, i capelli ancora hanno una parvenza di dignità perché il parrucchiere ha tirato giù la saracinesca da poco, ci si trucca perfino, una spruzzata di profumo, i jeans e un maglioncino, e via a far didattica a distanza, che ancora non è proprio una vera didattica, è più un esercizio a pagina dodici, una lettura da fare, insomma roba così, ché la scuola potrebbe riprendere presto, e homeschooling è un termine ancora sconosciuto. Si affronta discretamente, la didattica della fase 1, e i figli sembrano quasi in vacanza, si rifanno del sonno perduto, sono felici di stare a casa, guardano la tv, sì, ma perlopiù giocano. Ridono, sono sereni, e hanno persino meno paturnie a tavola. Insomma, nella prima fase, inizio marzo, sono solo le ciabatte ai piedi a distinguerti da com’eri prima.

Seconda fase, metà marzo. Le scuole quasi certamente non riapriranno fino a inizio aprile: parte in modo lumacoide la didattica a distanza. Cominciano ad arrivare le schede da stampare e far compilare ai figli, ma non ancora in un portale scolastico, no. Nella chat di WhatsApp, che si intasa di schede, richieste di spiegazioni, potete mandarmi la foto della tal pagina? la scheda di ripasso per quando va fatta? excusate dove sta la aplicacione per trovare el compiti gracie[1], non riesco a scaricare il file sui vulcani, mi dà file corrotto… La rappresentante di classe comincia ad avere le prime avvisaglie di tic nervoso, le balla l’occhio sinistro ogni mattina attorno alle nove. E’ presa fra due fuochi, porella, le maestre, sul fronte orientale, che sparano compiti e schede contro i genitori, sul fronte occidentale, che mitragliano schede compilate e richieste di chiarimenti. Una guerra fredda, e siamo solo all’inizio. Tu cominci a raccontarti un po’ di cazzate a mo’ di giustificazione, e ti dici perché truccarsi, la pelle respira senza trucco. Perché vestirsi se non si esce, i vestiti si sciupano. E in un amen ti ritrovi con la pelle scolorita e qualche brufolo in evidenza, in tuta (abito da casa, ti dici, che è espressione che fa più chic. Di fatto indossi una tuta in acetato che manco alle medie l’avresti voluta). I figli hanno ribaltato il ritmo circadiano e la sera impazzano sul divano fino alle 23, mentre la mattina fino alle 9.30 non riescono a connettersi al mondo, figurarsi alle schede inviate su WhatsApp.

Terza fase, fine marzo inizio aprile. La scuola non riapre fino a fine aprile, forse riapre addirittura a settembre. Il lockdown è pieno e totale, non si può neanche più uscire a far pisciare il cane, che urina direttamente dal balcone. Tu hai definitivamente abbandonato l’idea di vestirti, e fino a pranzo ciabatti in pigiama dentro casa, hai ideato dei percorsi cucinabagnocameradaletto giusto per far qualcosa, non ti pettini più perché capello arruffato vince su capello bianco, meno ti spazzoli e meno si vede la ricrescita. Del resto, scapigliata in senso letterario ti ci sei sempre sentita. I denti li lavi, è l’unica cosa che ti tiene quotidianamente ancorata all’igiene. Ma chiaramente non sei più una donna, sei un pigiama di cotone mangiato sulle maniche dalle tarme (perché la natura in lockdown è rifiorita anche negli armadi) che la mattina scarica i compiti dal portale scolastico, segue la progenie mentre svolge i compiti, placa le crisi di nervi, carica i compiti fatti perché le maestre li correggono, bestemmia peggio del pirata Long John Silver quando cade la connessione internet. I figli si son fatti nervosetti, dalla vacanza son passati ai domiciliari, si lamentano dell’eccesso di compiti pur senza fare sostanzialmente un cazzo, i lavoretti e i giochini di sempre dopo un po’ e senza amici vengono a noia, i tempi trascorsi con Nintendo e Netflix si dilatano e tu, sfinita, zittisci i sensi di colpa pensando che sì, dai, anche loro tanto qualcosa dovran pure fare.

Quarta fase, metà aprile. Forse a settembre la scuola aprirà a singhiozzo, il Ministro per l’istruzione, che da quel che pensa sembrerebbe non avere ancora figli, ciancia di aperture a rate, tipo metà classe una settimana e l’altra metà quella dopo. Tu decidi istantaneamente che se una simile evenienza sarà scongiurata, per ringraziare gli dei farai il cammino di Santiago in ginocchio. E che se dovesse capitare, andrai a Compostela per annegarti nell’Atlantico. Insomma in ogni caso non ci sarai, a settembre. Sono partite le videolezioni e la mattina è il casino più totale, casa tua sembra la torre di controllo del JFK. Mi sentite? Mi sentite tutti? Eccola! Chi manca? Alzate la mano! Uno alla volta! Non sento! Si è scollegato! Ma qualeeee? Tu cerchi solo di evitare di capitare nel quadrato di sfondo della chat di Zoom, affinché le maestre non ti debbano vedere con le occhiaie verdi e il girovita aumentato, sia mai che comincino a circolare voci su una tua insussistente gravidanza con relativo imminente parto. Se devi circolare dietro il Figlioditurno che fa videolezione ti pieghi a tavolino, e quella è la massima espressione di attività fisica in cui riesci a produrti. Tu e i tuoi figli avete sdoganato le relative dipendenze: Figliafemmina guarda Barbie su Netflix, Figliomaschio gioca a Mario Kart sulla Nintendo e tu bevi il bianchello, dalle 17.30 ogni hour è happy, per te. Ognuno fa il cazzo che gli pare, si convive anarchici, alienati e ubriachi che manco a Christiania. Capisci che siete alla frutta e che gli assistenti sociali potrebbero citofonarti presto quando cominciate a rilasciare rumori corporei in serenità. Figliomaschio scoreggia beneficamente mentre fa i compiti, tu lo guardi, lui ride, tu ridi. Figliafemmina rutta all’aglio della pasta al pesto e ride, e tu ridi, e lei ride. Ma tu li batti tutti, perché fai le due cose insieme, ed anzi, mentre erutti, parli, e dici mesorottaicojoni. Ed è standing ovation, sei subito idolo.


[1] Prima che i moralisti della domenica si scatenino, ho riportato quasi fedelmente un messaggio tipo di una mamma straniera non certo per prendere in giro chi scrive in italiano meglio di come scriva io in inglese, ma per mettere l’accento su quanto possa essere ancora più complicata la situazione per chi, magari, non ha totale padronanza di strumenti lessicali e/o digitali. Se io dovessi praticare la didattica a distanza fuori dal territorio nazionale, pure in una lingua non mia, abdicherei al ruolo di madre.

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