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Le bolle di Bolle

Arresti domiciliari per pandemia, giorno settanta e qualcosa.

E’ sabato, gli uccellini cinguettano come nei film della Disney, fuori c’è il sole e dentro, dentro c’è stata la didattica a distanza, e Madre e Figli sono scesi da poco dal ring di Classroom. Madre è piuttosto provata, sente le occhiaie protese verso la pancia, anch’essa protesa verso le ginocchia. In mezzo, fra pancia è ginocchia, ci sono altre due cose che protendono verso il basso, gonfie per via della frustrazione repressa da DAD, ma siamo in fascia protetta e non si può precisare di cosa si tratti.

Madre guarda fuori dalla finestra le colline della valle del Foglia digradare dolcemente. Il grano è ancora verde, nel versante che Madre riesce a intravvedere un sentiero di breccia si inerpica fino a una macchia di papaveri rossi. La natura di Maggio giganteggia. Madre sente di meritare del tempo per sé.

Così, lascia i figli in custodia ad Amore, sant’uomo. Si toglie la tuta, avvertendo lungo il filo della schiena un brivido emozionato all’idea di vestire abiti civili dopo tanto tempo, infila una maglietta e dei pantaloni da running, decisa a concedersi una lunga camminata ristoratrice. Peraltro, il gonfiore addominale da etilista in quarantena reclama l’esercizio di attività sportiva. 

Con sgomento, rammenta che non ha le scarpe da ginnastica, è a casa di Amore da poche settimane. Quello che non han potuto i dubbi e i ragionamenti di anni, convivere non convivere, i traumi non traumi ai figli non figli e blablabla, l’ha potuto la Didattica a distanza. Amore ha una casa dotata di linea ADSL, che surclassa hotspot con giga del cellulare di Madre e così, per consentire le videolezioni in contemporanea a Figliomaschio e Figliafemmina, Amore s’è trovato i propri spazi più o meno completamente invasi da Madre, Figliomaschio e Figliafemmina, gatto Bartaloni e criceto Sabrino. Ha finto di essere felice, porello, ma Madre lo sa che nel suo cuore buono in realtà non vede l’ora che si levino un po’ tutti dal cazzo, ecco.

Com’è come non è, a casa di Amore le scarpe da tennis non ci sono. Madre riflette, ma il neurone isolato è molto, molto stanco e quindi riflette di merda. Decide che sì, van bene anche le sneakers da passeggio, mica deve correre la maratona di New York, che problema c’è.

E si avvia, alle orecchie il cellulare con Youtube che ogni tre per due cambia canzone in autonomia, Madre non riesce a finirne una in santa pace ma non importa, è un tripudio di fiori d’acacia, di ciliegi, di mascherine buttate a terra dal popolo umano incivile e cafoncello, di vigneti, odore di stallatico e trallallà. Madre è felice, canta a squarciagola, la gioia è tanta che canta di tutto, persino le perle di Ultimo, Diodato e Achille Lauro. Un contadino sbuca dall’orto, sotto il livello della strada, e la guarda perplesso, sicuramente sta stonando ma Madre lo saluta benevola, fa ciaociao con la manina mentre tenta un falsetto alla Mengoni. Non si accorge, Madre, che sta camminando da parecchio tempo. E così, dopo un’ora nella stessa direzione, decide di invertire la marcia, ed avverte i primi segnali: i mignoli di entrambi i piedi, dentro le sneakers, pulsano. E anche i talloni dolgono, o duolono, dolorano, doloreggiano, insomma fanno un male boione.

Occazzo, pensa Madre nel suo consueto, elegante stile Jackie Kennedy. E mo’? Prova a chiamare Amore al cellulare, per farsi venire a prendere prima di ritrovarsi coi piedi di Roberto Bolle, ma nessuna risposta: Amore è impegnato a non soccombere a quattro figli (due miei e due suoi), il telefono manco lo sente.

Allora Madre ha il colpo di genio: toglie le scarpe, le tiene con la mano destra come se dovesse scendere leggiadra sulla battigia e si fa quattro chilometri, un’ora di strada, coi calzettini di cotone sull’asfalto. Ad ogni sassolino l’invocazione di un dio pagano diverso. La gente che passa, in auto o a piedi, la guarda incuriosita. Prova a rimettere le scarpe ma niente, i piedi sono gonfi e nemmeno ci entrano più. Comunque, imprecando e maledicendo l’idea luminosa di andare a passeggiare e giurando a sé stessa che l’unico mezzo con cui cercherà di combattere la DAD sarà, da lì in avanti, solo e soltanto il Sangiovese, Madre rientra a casa.

Amore la guarda stranito, lei sembra appena tornata da Medjugorje: è polverosa, scalza, con l’aria addolorata e contrita. Amore è premuroso, le offre un Compeed. Madre lo applica. Ma il genio che alberga nella sua testolina avariata non le rammenta che, magari, prima, potrebbe essere opportuna una disinfettata. No, Madre lo appiccica così alla vescica del tallone, a crudo.

E la notte capita l’ovvio. Madre non riesce a prendere sonno perché le bolle hanno triplicato la dimensione, è partita un’infezione di tutto rispetto sotto il Compeed e l’unica cosa da fare, secondo Amore, sarebbe strapparselo in un gesto alla Rambo, ma Madre è un po’ codarda e chiede l’anestesia totale. Tenta la via di un pediluvio alle due di notte con acqua sale e bicarbonato, poi si rigira nel letto con il cuore che le pulsa nel tallone. Togli la coperta, metti la coperta, la mattina Madre è da rottamare.

Figliomaschio e Figliafemmina osservano ammirati la piaga purulenta in cui si è trasformato il tallone di Madre, pensano che sia una cosa spaziale, chiedono se fa male ma quanto fa male tipo in una scala da uno a dieci? L’entusiasmo sale alle stelle quando Amore favorisce a Madre due stampelle per evitarle di appoggiare il piede. Dai mamma posso provare che bello come vorrei rompermi una gamba e usare le stampelle mamma che figo sei contenta?

Uh guarda amore di mamma non ti dico, era dall’inizio della pandemia che sognavo di distruggermi un piede, sprizzo gioia da tutti i pori tranne che dal Compeed, da lì sprizzo un liquido color passito di Pantelleria.

Mentre Figli si litigano le stampelle, Madre, spalmata sul divano a gamba tesa, riflette profondamente: chissà come le gestisce Bolle, le bolle.

Movimento popolare per l’abolizione dello sport

Quando il Covid ha imposto la chiusura delle palestre, Madre è stata una delle poche persone che s’è lanciata sul divano, felice di essere autorizzata, anzi no obbligata, all’inerzia fisica.

Guardava con genuino compatimento i patiti dello sport, che pur di muoversi guinzagliavano cani gatti criceti e pesci rossi, e basiva al pensiero che ci fosse gente disposta a prendersi una multa salata per andare in camporella a fare percorsi vita, ma tant’è, siamo molti e siamo diversi, si diceva.

Non ha mai capito questa affezione altrui alla fatica fisica, altrimenti detta vigoressia sportiva. Il che, posto che Amore pratica ciclismo con devota assiduità, ha talora creato qualche difficoltà di reciproca comprensione.

Ad un – Ma come, vai ancora in bicicletta? E’ la quarta volta questa settimana! – fa eco – Ma come, sei ancora sul divano? E’ la quarta ora di fila! –. Questione di priorità, del resto l’amore è compensazione, no?

Madre ha fatto due conti: ha praticato sport per totali quattrocento ore nel corso di totali trecentocinquantanovemilacentosessanta ore di vita. Danza classica con esiti decisamente deludenti (senso del ritmo mai pervenuto) dai 5 ai 10 anni; pilates dai 20 ai 22 e qualche allenamento bislacco e sporadico attorno ai 35, giusto per guerreggiare al minimo sindacale contro la forza di gravità.

Così, al giro di boa dei 40, ha pagato in anticipo un anno di palestra cosìpoisonocostrettadandare e invece manco per sogno. Si è inventata scuse considerevolmente creative pur di autolegittimarsi la sostituzione della seduta di allenamento con un trancio di pizza ai peperoni.

La traduzione della scheda degli esercizi ha poi richiesto l’intervento di un dizionario, cinque ore di studio e un attacco di panico. E così Madre ha scoperto l’esistenza del crunch nella panca lower back con flessioni sulla wellness ball e plank sui gomiti, dello squat, jumping jack, russian twist, vertical traction, leg curl, burpees, bear crawls, wall sit, butt kicks, frog jumps, toe taps, duck walks, revers crunch, clampshell, mountain climbers e hip thrust.

L’ansia.

Anche nello sport, come nel mondo del lavoro, l’inglesismo viene abusato perché ritenuto tres chic. Troppo proletario parlare di piegamenti, flessioni, addominali, affondi, camminata sul posto, trazioni, stacchi, ponte e distensioni. Fa antico.

Del resto, da brava passatista nostalgica qual è, Madre pensa che è da tempo che la lingua sovrana è stata inutilmente infarcita di termini stranieri che servono solo a sentirsi meno marginali nel mondo globale, e a darsi un certo tono. Dire personal trainer al posto di allenatore fa molto newyorchese. Il parrucchiere è hair stylist, il pasticciere cake designer, il buon vecchio ristoratore è diventato un altisonante Food and Beverage manager, poi abbiamo lo Human Resources Manager (alias responsabile risorse umane), conduttore radiofonico? no, speaker! e, dulcis in fundo, il CEO (Chief Executive Officer), altrimenti detto, ai tempi dell’Avvocato Agnelli buonanima, Amministratore Delegato.

Ce la possiamo fare anche senza guardare all’estero, sapete? Non è che alla nostra lingua manchi la capacità di descrizione, eh.

Comunque, com’è come non è, l’altro giorno Madre ha fatto il proprio trionfale rientro in palestra. L’abbonamento costa e va sfruttato.

Dopo due minuti esatti dall’ingresso, si è chinata per agguantare la kettlebell, ops, il peso con la maniglia, e lì è rimasta. Schiena a pezzi.

Del resto, la vecchiaia.

E allora Madre, dopo quelle tremilatrecento imprecazioni in finlandese, ha pensato che, guardate, lo sport andrebbe abolito con referendum.

Si starebbe tutti un bel po’ meglio. Basta storie su instagram coi culi in vista, addio app di photoshop per levigare la cellulite, a monte i bibitoni proteici e il the bancha, si tornerebbe tutti un po’ più grassi e felici.

Ché poi, ci vuol niente a rimorchiare colla tartaruga al posto degli addominali: la vera arte è abbordare con la panza di un bevitore all’Oktoberfest.

I calciatori andrebbero finalmente a trebbiare, al mare un bel tripudio di procaci fattezze, fine delle domeniche sonnecchiose disturbate dal baccano del gran premio di F1, riduzione degli scandali su scala mondiale, ripristino del carboidrato a cena, abbandono del bicipite scolpito, e un caro saluto agli stipendi stellati, ai derby, al giornalismo sportivo ed alla FIFA tutta.

La pace.

Madre sta pensando di fondare un movimento per l’abolizione del fitness che inneggi all’invecchiamento sedentario.

E’ un’idea brillante, date retta.

14.9.2020

Per Madre, il quattordici settembre duemilaventi is the new 25 aprile: la liberazione.

Reduce da un ininterrotto periodo febbraio-settembre a stretto contatto con l’amata continuità dei propri geni, Madre iniziava a soffrire di sindrome da stress post traumatico come i migliori marines made in USA, con sintomatologia variabile dall’allerta, allo shock, alla depressione con tendenze omicide, confusione mentale con disorientamento spazio-temporale, risvegli notturni, inibizione emozionale e panico generale. Esaurita, in estrema sintesi.

Quindi, la mattina del quattordici settembre duemilaventi Madre ha puntato la sveglia alle 6.00 con inaudita gioia interiore, ha lavato accudito colazionato vestito preparato pettinato Figliomaschio e Figliafemmina canticchiando “da oggi il destino appartiene a me” come Elsa di Frozen, ed è arrivata sgommando a scuola alle 8.00 spaccate, puntualità alla quale solitamente non è troppo avvezza, per la verità.

Per sicurezza, ha fatto indossare ai figlioli, una sull’altra, tre mascherine: chirurgica, di stoffa altrimenti detta di comunità, e una specie di swiffer che alla Coop spacciano per mascherina usa e getta alla modica cifra di 8 € al pacco, una roba inguardabile quanto inutile.

Lanciati i figli dentro l’Istituto con l’energia del discobolo di Mirone, si è girata entusiasta verso il popolo delle mamme astanti, e stava per proporre di celebrare il momento epico al bar con cappuccino corretto al Brancamenta e brioche pucciata nella Tequila quando si è scontrata con l’inaspettato: la fazione immusonita delle genitrici rivoltose.

Orbene, pare che il popolo di genitori di italica provenienza abbia partorito una velenosa fazione di mamme insorte contro le regole imposte dal Ministero per il rientro scolastico. La mascherina ai pargoletti no no no. Queste mamme hanno studiato medicina su Yahoo e appreso da rigorosi quanto inconfutabili studi scientifici dell’Università telematica della periferia di Vignola che respirare dentro le mascherine provocherebbe alcalosi, ipossia, afte, congiuntiviti batteriche e compromissione definitiva e stabile della funzionalità respiratoria. Le più facinorose hanno comprato persino i saturimetri per verificare che l’ossigeno nel sangue dei propri figlioli circoli sempre in misura appropriata (poi magari non misurano la febbre prima di portarli a scuola, ma studi scientifici dell’Università del Winsconsin provano che la coerenza è definitivamente estinta).

I padri si tengono in disparte, statisticamente. Partecipano poco al dibattito intellettuale sugli effetti nocivi dell’uso delle mascherine e, silenziosi, si limitano ad incrociare dita, cervella, legamenti e peli pubici sperando di non dover tornare a chiudersi in casa in lockdown con le proprie folli consorti.

Con una mamma rivoltosa ho addirittura, giorni fa, avuto un dialogo fondato sul fraintendimento reciproco:

Lei mi fa: Basta, non se ne può più! Smascheriamo i nostri bambini!

Io, pensando si riferisse alla tendenza all’alterazione della verità – altrimenti conosciuta come menzogna – tipica degli esseri umani di età compresa fra 0 e 99 anni, le rispondo: Evvabbé, è l’età, dai… son piccole bugie…

– Piccole bugie un corno!, ribatte lei, mentre io la guardo comprensiva pensando che, in effetti, quando Figliafemmina mi ha rotto lo specchio del bagno (con relativi sette anni di mainagioia) dando la colpa al gatto l’ha sparata potente – Qui siamo sotto dittatura sanitaria, continua la rivoltosa, non lo capisci?

E lì sì, l’ho capito, che la tipa dicendo “smascheriamo i nostri figli” intendeva “togliamogli le mascherine”.  

Orbene, io non intendo minimamente disquisire su temi di frontiera tipo la dispnea da uso di mascherine. Io dico solo che, purché la scuola resti aperta e non si debba tornare a bestemmiare in aramaico con la DAD, per me va bene tutto, ma proprio tutto: banchi coi rostri, a rotaie, rotelle, rotonde e rotatorie, mascherine in ferro battuto, ricamate all’uncinetto, in ceramica o poliuretano espanso; disinfettanti, disinfestanti, sanificazioni e santificazioni. Sono disposta anche ad acquistare un casco integrale ai Figli, portarli mascherati da uomo ragno e wonder woman con tanto di orinale in testa, se necessario.

Quindi, care mamme rivoltose, se proprio non vi viene, come sarebbe normale, di omaggiare, glorificare e onorare la riapertura della scuola ballando la pizzica, bevendo un litro e mezzo di franciacorta saten e ciucciando ostriche intrise di lime, perlomeno evitate di organizzarvi in plotoni armati e di ammutinarvi. Le mascherine le avete da usà.

Perché se poco poco il bengodi della riapertura dovesse durare meno di uno sbadiglio per colpa di ‘sta vostra disaffezione al rispetto delle regole, io vi rapisco quelle dodici paia di nonni che avete a disposizione e che vi fanno essere così baldanzose e sovversive, li chiudo a chiave coi miei Figli, un paio di pc e la password di Zoom in un conclave che quello di Viterbo in confronto è stato un lampo e ce li lascio fino alla fine del lockdown.

Poi vediamo.

Tornate ai grandi classici, no? Scagliatevi contro i vaccini, l’aborto, il divorzio, la forma della terra, le lobby gay, gli evergreen, insomma. Tenetevi impegnate così. Ma non rompete i coglioni con le mascherine e con i moduli no mask da far firmare ai dirigenti scolastici, ché qua rischiamo una nuova DAD, altroché alcalosi. Bischere.

Una domenica di fine luglio

Abbinamento alcolico: Ichnusa

Abbinamento musicale: AAAbbronzatissima

Photocredits (artistcredits?): Fausto Gelormini

Madre è senza figli che, si sa, sono la sua aorta addominale. Ma un genitore separato ha dei vantaggi, la verità. Parte del corrispettivo di quella fatica discreta che è mettere una lastra tombale su un rapporto coniugale è quella qualcerta libertà che si guadagna un weekend sì e uno no, quando si affidano i vari Figliomaschio e Figliafemmina alle cure del cogenitore.

Il momento, a Madre, fa un po’ l’effetto del primo giorno di scuola dopo un’estate a contatto fisico con la prole accaventiquattro anche con 40° gradi all’ombra e il tasso di umidità di un bagno turco: liberatorio. I Figli in genere provocano questa reazione contraddittoria: quando non ci sono, dopo due minuti ti mancano; quando li hai, dopo due minuti vorresti batterli all’asta su Catawiki.

Comunque, domenica di fine luglio, Figli con cogenitore, Madre affrancata come un liberto.Appena smollata la progenie, le viene quella frenesia da eccesso di tempo libero, avete presente? Quando davanti hai una intera giornata solo per te e metti a progetto talmente tante cose da fare che ti servirebbero otto settimane di ferie. Madre vorrebbe far palestra e camminare, abbronzarsi, leggere Guerra e Pace, andare dal parrucchiere a scurire la chioma canuta, sistemare l’armadio, fare un aperitivo con le amiche, farsi spolpettare dall’estetista, steccare i pomodori nell’orto, andare a trovare nonna, farsi un bagno e poi spalmarsi di olio di mandorle, sbragarsi in una piscina, amoreggiare come un’adolescente incontinente, imbiancare casa, scrivere un po’, fare un pisolino, ordinare del sushi, pulire i fuochi in cucina, e una serie di altre cose quasi tutte amene.

Opta per la soluzione mare, ché è di un pallore gonfiato vagamente vampiresco. Spiaggia libera di sassi, nel fanese, Madre arriva dopo diciotto litri di imprecazioni policrome per trovare parcheggio, baldanzosa e agghindata in un inappuntabile stile peones: in spalla, borsa con Kindle, crema solare protezione “ultravioletti no pasaran”, telo in microfibra, cellulare e due spicci; nella mano destra, l’ombrellone; nella sinistra, la sdraio pieghevole; tra i denti, un rinnovato sapore di libertà.

Arriva, Madre, ed è serena ed equilibrata. La giornata soleggia, il caldo aleggia, l’aria di mare arieggia, la schiuma biancheggia, il bagnante boccheggia.

Madre tenta di piantare l’ombrellone fra i sassi. Impresa che occupa circa venti minuti durante i quali Madre, con calibrati e forzuti movimenti circolari, fa ondeggiare il palo dell’ombrellone puntato al centro della Terra, sembra una strega che rimesta nel calderone. Un anziano brunito come un borsello The Bridge, cinque metri più in là, la guarda sardonico di sotto gli occhiali da sole. Madre ne percepisce il maschilismo, le arriva a ondate ad ogni spinta rotatoria. Ad un certo punto il tizio dardeggia in veneto “Al tramonto, siòra, l’è ancora qua che pianta!”, e ride beota, mostrandole con un cenno il picchetto a trivella che ha usato per piantare saldamente il suo, di ombrellone. Madre fa spallucce, le verrebbe di dire che a una certa età giusto il picchetto, si può usare, per trivellare. Ma il camionista bulgaro che è in lei si tace opportunamente.

Dopo lungo lavorìo, l’ombrellone si regge da sé. Pende a destra ma non dovrebbe crollare, a parere di Madre. Sdraia aperta, telo steso, protezione solare generosamente spalmata, Kindle acceso. Madre sospira di beatitutine. Forse troppo forte, perché l’ombrellone parte in volo e rotola direttamente – buongustaio – sopra le zinne della giunonica vicina: due immense boe tracimanti da un bikini obiettivamente fuori tempo massimo. Madre scatta come Fiona May nel ’98, salta in lungo sulla vicina felliniana e agguanta l’ombrellone prima che falci un bimbetto sui tre anni, nudo come un verme e tutto concentrato sul proprio batacchio per centrare con la pipì il secchiello, in perfetto stile Manneken Pis. The Bridge azzarda una risata, ma l’occhio affilato di Madre lo fulmina.

Di nuovo sdraio, Kindle, pace e ombrellone chiuso. Tre pagine di libro e un chihuahua ipersensibile comincia a latrare. Madre chiude gli occhi, inspira, ed espira, inspira, ed espira. Ma le va nel cervello, quell’abbaio incazzoso. Si gira per mettere a fuoco l’origine e scaturigine di un siffatto casino e vede che il cane appartiene a The Bridge. Al che, avverte un moto di solidarietà verso l’isterica bestiola e torna a sdraiarsi, mite e comprensiva. Chiude gli occhi, il concerto canino non favorisce la lettura. Tre due uno, avverte su di sé un’ombra anomala. Schiude leggermente gli occhi e trova frapposta fra sé e il sole una bambina sui dieci anni, appena uscita dall’acqua e avvolta in un lezioso asciugamano tempestato di unicorni, che la fissa.

– Ciao, – fa la bambina, attorcigliando attorno all’indice una di quelle treccine afro colorate e intrecciate di fili che vanno di moda nell’età scolare. Sta in piedi e la guarda, mentre Madre, sdraiata, si ripara dal sole con la mano destra, un occhio chiuso e uno semiaperto.

– Ciao, – fa eco Madre, poco predisposta al dialogo coi minorenni durante i periodi di assenza dei propri Figli.

B(ambina) – Come ti chiami?

M(adre) – Madre, e tu?

B – Isabella. Quanti anni hai?

M – Tanti. Più di quaranta. E tu?

B – Dieci. Quanto sei alta?

M – Poco, sono alta, ma la mia statura non si misura in centimetri e comunque non soffro del complesso di Napoleone, capito bimba?

B – Non so chi è.

M – Non so chi sia, non “non so chi è”.

B – Eh?

M – Niente.

B – Quanto pesi?

Madre si solleva sul gomito. Scruta questo agente segreto in miniatura, sospettosa. Che la mandi la Finanza? L’ufficio censimenti ISTAT? L’INPS? Vorrebbe mentire, sul peso, sull’altezza e sull’età. Poi ricorda che ai bambini non si mente mai, nemmeno se sono insolenti, invadenti e maliziosi come questa ninfetta nabokoviana.

M, sincera come se parlasse in confessionale – Peso il giusto. Tot chili e pochi etti la mattina appena alzata, svestita e prima di colazione. Ma giuro che da settembre torno in palestra (ché ho pagato l’annuale e non ci entro da febbraio).

La monella ci pensa su. E’ la sorella del bambino piscione, che la chiama tirandole l’asciugamano.

Poi B spara – Hai qualcosa di rifatto?

M sgrana gli occhi incredula – Rifatto?

B – Eh. Tipo le labbra, il petto, il sedere.

Ora, Madre di Figliopiscioso e Figliapetulante, mi rivolgo a te. Hai un Figlio simpatico che, lasciato libero di roteare i gioielli, sperimenta l’arte della minzione direzionale. E fin qui va bene, se orinasse sul chihuahua di The Bridge sarebbe il mio eroe. Ma Figliafemmina. Parliamone. Me l’hai tirata su come Tina Cipollari. L’hai allevata a pane e canale 5? Le fai guardare la D’Urso? No, perché io manco lo sapevo, che esistesse la chirurgia estetica per i glutei. Che lo sappia, e lo dica, una decenne con ancora due brufoli al posto del seno di cui già immagina le protesi additive fa un po’ specie.

E, comunque, Madre decide di prendere la domanda come un complimento inconsapevole, guarda la ragazzina di sotto in su e risponde:

– Il letto. Di rifatto ho il letto.

Non ogni mattina, però. Va detto.

La mamma che sono

La mamma che volevo essere. Volevo essere una mamma amorevole, con la pazienza moltiplicata a soddisfare i bisogni di un intero villaggio come nella parabola dei pani e dei pesci. Mai nervosa, sempre misurata e sorridente. Volevo essere una mamma protettrice ma non soffocante, la Teti di Achille. Incensata, centrale, insostituibile. Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem. Volevo essere una mamma salutare, nel senso di sana, balsamica, salùbre (ed è bene che tutti ricordiate che l’accento va sulla u, non sulla a. Va sulla u, capito?). La mamma che cura tutte le ferite, anche quelle che non si vedono. Volevo essere una mamma divertente e divertita, compagna di gioco in acchiapparella e un due tre stella, pittrice di mondi ad acquerello misto a bolle di sapone. Volevo essere una mamma autorevole, cui basta uno sguardo per farsi obbedire. Volevo essere una mamma amata, una di quelle per cui i figli stravedono.Volevo essere una mamma dedicata, telefono spento sulla soglia di casa, tutta per loro. Volevo essere una mamma sicura e insindacabile, certa delle proprie verità, decisa e determinata nel proprio progetto educativo. Perfetta, la mamma che volevo essere.
La mamma che sono (per ora). Sono una mamma che urla a squarciagola grida si dimena si ribella ai figli quando diventano dei carcerieri. Sono una mamma cui è capitato talvolta di sculacciare, e pazienza se tutti ti dicono guai al mondo per carità, non si fa, mimando no no no col ditino. A me è successo, confesso vostro onore, e più per sfogare la mia frustrazione che per fredda decisione, la verità. Sono la mamma che poi si mangia i piedi per il senso di colpa, che cade in ginocchio chiedendo scusa al pargolo e aggiungendo, così, danno al danno. Sono la mamma divisa fra bambini a tavola si sta seduti e composti e bambini stasera si mangia sul divano, sventolate i tovaglioli come si usa in crociera e via, per cena latte e biscotti!Sono la mamma dell’oggi si beve Cocacola con la caffeina masticando Big Babol. Sono la mamma che canta a squarciagola in macchina con la musica a volume da Cocoricò. Sono la mamma che li sveglia urlando Nessun dormaaaaaa e poi li costringe ad ascoltare tutta la romanza. Sono la mamma che sì, bambini, andate pure a guardare la TV mentre io bevo uno spritz (due) con la mia amica in cucina. Sono la mamma che proprio non si spiega come mai i due piccoli rapitori del mio tempo non arrivino a comprendere al volo l’ovvio, e cioè che se sto trasportando due buste della spesa per ciascuna mano, reggendo la borsa fra i denti mentre apro la portiera della macchina col gomito sinistro non possono, in quel momento esatto e preciso, azzeccarsi ossessivamente come piattole per rappresentarmi un’urgenza tipo ho sete mamma mi dai l’acqua adessoquisubitoall’istanteora.Sono la mamma scurrile, dico in giro che le parolacce le hanno imparate dai compagni, tzé questi bambini d’oggi cafoncelli, ma la verità è che le hanno imparate da me. Tutte, dalla prima all’ultima. Sono la mamma che, per andare a lavorare, li manda a scuola anche se non sono proprio in forma, una ciucciata di Nurofen e via. Sono la mamma che dell’ennesimo disegno sgorbiato – quello che ti piace mamma? Uh sì stupendo amore è un fiore? Ma no è un sottomissile aerospaziale coi canguri dentro, non vedi? – fa un bel cartoccio e lo butta sorridendo nella differenziata. Sono la mamma che pretende(rebbe) il rispetto delle regole, solo che non sa ancora bene quali e quante siano, queste regole, così le cambia a seconda delle esigenze del momento, facendo una gran confusione. Sono la mamma che dormiamo tutti nel lettone, non perché abbiano paura, ma perché ho paura io, che crescano troppo e che non abbiano più bisogno di me come io ne ho di loro. Sono la mamma che ancora deve imparare che sezione frequentino a scuola, Figliafemmina fa la II A, Figliomaschio la IV B, o viceversa. Credo viceversa, ma non ci giurerei. Sono la mamma che la Nintendo solo mezz’ora al giorno mi raccomando ma poi magari scrolla Facebook e WhatsApp per due ore di fila, alla faccia del buon esempio.Sono la mamma insicura che le altre fanno sempre meglio di me, mi sembrano brave, quanto siete brave, perché io non so fare ad allevare così? Cos’avete voialtre mamme allevatrici che io non ho?Tutt’altro che perfetta, la mamma che sono.
Però mi perdóno quasi sempre, così loro non mi pèrdono. Capite, finalmente, l’importanza degli accenti? Servono a dare senso, utilizzateli consapevolmente.Sarà merito dell’indulgenza verso i miei difetti data dall’avanzare dell’età. Sarà merito di quel pizzico di follia che mi ha fatto emergere da qualsiasi criticità abbia incontrato sul mio cammino, specie negli anni bisestili. Sta di fatto che, quando mi capita di scantonare, guardo Figliomaschio e Figliafemmina, allargo le braccia e dico: Aoh ragazzi, questa, di Madre, v’è capitata! Portate pazienza, non è colpa mia.E così si cresce assieme, a loro insegno quel poco che so, e loro insegnano a me che sì, vado bene così.

L’eleganza del rutto

 L’eleganza del rutto

Prima fase, inizio marzo. Ci chiedono di chiuderci in casa, e va bene, ma siamo e restiamo donne, quindi la mattina ci si lava come sempre, i capelli ancora hanno una parvenza di dignità perché il parrucchiere ha tirato giù la saracinesca da poco, ci si trucca perfino, una spruzzata di profumo, i jeans e un maglioncino, e via a far didattica a distanza, che ancora non è proprio una vera didattica, è più un esercizio a pagina dodici, una lettura da fare, insomma roba così, ché la scuola potrebbe riprendere presto, e homeschooling è un termine ancora sconosciuto. Si affronta discretamente, la didattica della fase 1, e i figli sembrano quasi in vacanza, si rifanno del sonno perduto, sono felici di stare a casa, guardano la tv, sì, ma perlopiù giocano. Ridono, sono sereni, e hanno persino meno paturnie a tavola. Insomma, nella prima fase, inizio marzo, sono solo le ciabatte ai piedi a distinguerti da com’eri prima.

Seconda fase, metà marzo. Le scuole quasi certamente non riapriranno fino a inizio aprile: parte in modo lumacoide la didattica a distanza. Cominciano ad arrivare le schede da stampare e far compilare ai figli, ma non ancora in un portale scolastico, no. Nella chat di WhatsApp, che si intasa di schede, richieste di spiegazioni, potete mandarmi la foto della tal pagina? la scheda di ripasso per quando va fatta? excusate dove sta la aplicacione per trovare el compiti gracie[1], non riesco a scaricare il file sui vulcani, mi dà file corrotto… La rappresentante di classe comincia ad avere le prime avvisaglie di tic nervoso, le balla l’occhio sinistro ogni mattina attorno alle nove. E’ presa fra due fuochi, porella, le maestre, sul fronte orientale, che sparano compiti e schede contro i genitori, sul fronte occidentale, che mitragliano schede compilate e richieste di chiarimenti. Una guerra fredda, e siamo solo all’inizio. Tu cominci a raccontarti un po’ di cazzate a mo’ di giustificazione, e ti dici perché truccarsi, la pelle respira senza trucco. Perché vestirsi se non si esce, i vestiti si sciupano. E in un amen ti ritrovi con la pelle scolorita e qualche brufolo in evidenza, in tuta (abito da casa, ti dici, che è espressione che fa più chic. Di fatto indossi una tuta in acetato che manco alle medie l’avresti voluta). I figli hanno ribaltato il ritmo circadiano e la sera impazzano sul divano fino alle 23, mentre la mattina fino alle 9.30 non riescono a connettersi al mondo, figurarsi alle schede inviate su WhatsApp.

Terza fase, fine marzo inizio aprile. La scuola non riapre fino a fine aprile, forse riapre addirittura a settembre. Il lockdown è pieno e totale, non si può neanche più uscire a far pisciare il cane, che urina direttamente dal balcone. Tu hai definitivamente abbandonato l’idea di vestirti, e fino a pranzo ciabatti in pigiama dentro casa, hai ideato dei percorsi cucinabagnocameradaletto giusto per far qualcosa, non ti pettini più perché capello arruffato vince su capello bianco, meno ti spazzoli e meno si vede la ricrescita. Del resto, scapigliata in senso letterario ti ci sei sempre sentita. I denti li lavi, è l’unica cosa che ti tiene quotidianamente ancorata all’igiene. Ma chiaramente non sei più una donna, sei un pigiama di cotone mangiato sulle maniche dalle tarme (perché la natura in lockdown è rifiorita anche negli armadi) che la mattina scarica i compiti dal portale scolastico, segue la progenie mentre svolge i compiti, placa le crisi di nervi, carica i compiti fatti perché le maestre li correggono, bestemmia peggio del pirata Long John Silver quando cade la connessione internet. I figli si son fatti nervosetti, dalla vacanza son passati ai domiciliari, si lamentano dell’eccesso di compiti pur senza fare sostanzialmente un cazzo, i lavoretti e i giochini di sempre dopo un po’ e senza amici vengono a noia, i tempi trascorsi con Nintendo e Netflix si dilatano e tu, sfinita, zittisci i sensi di colpa pensando che sì, dai, anche loro tanto qualcosa dovran pure fare.

Quarta fase, metà aprile. Forse a settembre la scuola aprirà a singhiozzo, il Ministro per l’istruzione, che da quel che pensa sembrerebbe non avere ancora figli, ciancia di aperture a rate, tipo metà classe una settimana e l’altra metà quella dopo. Tu decidi istantaneamente che se una simile evenienza sarà scongiurata, per ringraziare gli dei farai il cammino di Santiago in ginocchio. E che se dovesse capitare, andrai a Compostela per annegarti nell’Atlantico. Insomma in ogni caso non ci sarai, a settembre. Sono partite le videolezioni e la mattina è il casino più totale, casa tua sembra la torre di controllo del JFK. Mi sentite? Mi sentite tutti? Eccola! Chi manca? Alzate la mano! Uno alla volta! Non sento! Si è scollegato! Ma qualeeee? Tu cerchi solo di evitare di capitare nel quadrato di sfondo della chat di Zoom, affinché le maestre non ti debbano vedere con le occhiaie verdi e il girovita aumentato, sia mai che comincino a circolare voci su una tua insussistente gravidanza con relativo imminente parto. Se devi circolare dietro il Figlioditurno che fa videolezione ti pieghi a tavolino, e quella è la massima espressione di attività fisica in cui riesci a produrti. Tu e i tuoi figli avete sdoganato le relative dipendenze: Figliafemmina guarda Barbie su Netflix, Figliomaschio gioca a Mario Kart sulla Nintendo e tu bevi il bianchello, dalle 17.30 ogni hour è happy, per te. Ognuno fa il cazzo che gli pare, si convive anarchici, alienati e ubriachi che manco a Christiania. Capisci che siete alla frutta e che gli assistenti sociali potrebbero citofonarti presto quando cominciate a rilasciare rumori corporei in serenità. Figliomaschio scoreggia beneficamente mentre fa i compiti, tu lo guardi, lui ride, tu ridi. Figliafemmina rutta all’aglio della pasta al pesto e ride, e tu ridi, e lei ride. Ma tu li batti tutti, perché fai le due cose insieme, ed anzi, mentre erutti, parli, e dici mesorottaicojoni. Ed è standing ovation, sei subito idolo.


[1] Prima che i moralisti della domenica si scatenino, ho riportato quasi fedelmente un messaggio tipo di una mamma straniera non certo per prendere in giro chi scrive in italiano meglio di come scriva io in inglese, ma per mettere l’accento su quanto possa essere ancora più complicata la situazione per chi, magari, non ha totale padronanza di strumenti lessicali e/o digitali. Se io dovessi praticare la didattica a distanza fuori dal territorio nazionale, pure in una lingua non mia, abdicherei al ruolo di madre.

Pranzo post DAD

Fase 2 della giornata tipo con Figliomaschio e Figliafemmina.
Ore 12.30 circa, termina la didattica a distanza (perlomeno, quella mattutina. Alle 15.00 si riattacca con Zoom per Figliafemmina).
Ore 12.31, Figliafemmina irrompe in cucina, proprio mentre Madre stava per stappare il Sangiovese e rifarsi a canna delle fatiche della mattinata, ed esordisce: Ho fame.
Lei, capito, che a otto anni pesa 17 kg vestita, scarpe giubbotto guanti e sci inclusi. Lei, che mangia con le bacchette dei cinesi, un chicco di riso alla volta e dopo cinque chicchi ha raggiunto la sazietà. Lei, che pur di digiunare troverebbe il difetto anche alla torta di mele di Nonna Papera. Lei, che puoi anche cucinare tutta sorridente e col grembiule a scacchi i suoi piatti preferiti, e far impallidire di invidia Benedetta Parodi, ma tanto i passatelli saranno comunque poco tosti, il sugo di pomodoro lo voleva meno acido, la pasta al pesto è troppo verde, le patate al forno andrebbero anche bene ma magari con meno forno. Lei, che alle 16 deve ancora deglutire l'ultimo boccone del pranzo.
Lei ha fame alle 12.31 precise.
Ora metto su l'acqua, Figliafemmina adorata.
Sì ma io ho fame adesso (del resto è nata prematura, il rispetto dei tempi non è il suo forte).
Eh ho capito, aspetta un attimo, il tempo di cuocere gli spaghetti. Guarda, li facciamo in bianco così ci vuole meno tempo.
Tempi tecnici di cottura degli spaghetti (fra punto di ebollizione eccetera): 20 minuti. Trascorsi così: Mamma è pronto? No? Ma quando è pronto? Sicura che non sia pronto? Ma quanto manca di preciso? E quanti sono dodici minuti, mamma?
Spaghetti burro e parmigiano per lei e Figliomaschio. Per Madre Amarone, ché il Sangiovese alza poco per il caso di specie.
Lei mangia. Con fare inquisitorio. Annusa, mastica lentamente, soffia, inspira, deglutisce.
Sono spaghetti in bianco, cosa vuoi che abbia da ridire.
E invece, emette il verdetto.
Il parmigiano pizzica. E comunque la mamma di Achille li fa più buoni.

La didattica a distanza. Scena tipo.

Disegno a pc by Figliomaschio

Scena tipo di una mattina tipo.
Due figli, attaccati in contemporanea a due computer diversi in due stanze diverse.
Figliafemmina: Mammaaaaaaaaaaaaa ma 14×4 fa 38? Ma ci vuole il riporto? Doveeeeeee? Dai mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa! Aiutami! Non ho capito niente!

Dall’altra stanza, Figliomaschio: Mammmaaaaaaaaaaaaaaaaa! La password di Zoom non mi fa entrareeeee!

Madre: Arrivo! Dunque la password…..Ok, risolto.

Figliafemmina, dall’altra stanza: Mammaaaaaaaa, basta non faccio più niente! Non ci ho capito niente! (Lancio di quaderni e matite in aria).

Madre: Arrivo, stai calma. Ok, allora, 14×4… Quattro per quattro sedici quindi scriviamo sei col riporto di 1.

Figliafemmina: Eeeeeehhhhh? La maestra non l’ha spiegato così nel videooooo. Mammaaaaaa non capisco! Dove va l’1?

Figliomaschio dall’altra stanza: Mammaaaaaa si è scollegato!

Madre: Arrivooooo! Non urlare, arrivo, stai calmo. Ecco… vediamo… è scollegato perché è finita la lezione, credo. Fai i compiti. Cos’hai da fare? Aspetta apriamo il portale e vediamo. Storia. Vai, fai pagina…

Figliafemmina: Mammaaaaaaa ora cosa devo fare?

Madre: Fai pagina 79. Arrivooooooo!

Figliomaschio, mentre esco: Mammaaaaa ma la dinastia Qin è finita nel 206 a.C.?

Madre (scurrile): E che c@@o ne so, studia il libro e rispondi!

Figliomaschio: Ma non c’è scritto!!!

Madre: Se vengo e c’è scritto, poi posso delirare?

Figliafemmina dall’altra stanza: Mammaaaaaaaaa ma brutto è aggettivo qualificativo sì o nooooooo?

Poi stampa, carica, scarica, la scheda, il lavoretto di Pasqua, le operazioni in colonna, correggi, chiama, chatta, connetti. Eperlaboialadrachefatica.

A pranzo, Madre stappa una bottiglia di Sangiovese.